Comparto cerasicolo pugliese: varietà e portinnesti

È un alibi debole quello di lamentare la mancanza di idonee varietà per la commercializzazione estera e/o off shore. Grazie al grande impulso del breeding (miglioramento genetico), negli ultimi 15 anni le varietà disponibili permettono di coprire un calendario di raccolta di due mesi ed oltre.

 

Per ogni settimana di raccolta, infatti, sono disponibili più varietà in grado di soddisfare le qualità del frutto richiesto dai mercati, volutamente al plurale, in quanto il consumatore di ogni paese predilige specifici aspetti del prodotto rispetto ad altri. Prese singolarmente, tutte mostrano di avere caratteri interessanti e di garantire buone performance nei diversi ambienti di coltivazione.

 

Simile discorso vale per i portinnesti, la cui offerta è altrettanto ampia ed oggi permette la coltivazione del ciliegio in differenti condizioni pedo-climatiche, adottando sistemi d’impianto e forme di allevamento tra le più disparate, dai sistemi ad alta densità a quelli classici con poche centinaia di piante.

 

Considerato che oltre il 50% della superficie cerasicola nazionale è concentrata in Puglia, ad oggi non sono ancora noti portinnesti idonei a costituire una valida alternativa al magaleppo. Nelle tradizionali zone cerasicole c’è l’urgente necessità di portinnesti tolleranti o resistenti ai funghi del terreno agenti dei marciumi radicali – Armillaria mellea e Rosellina necatrix – che costituiscono fattori critici per il rinnovo degli impianti ed il ristoppio. In altre aree suscettibili ad essere investite a ciliegio, ma con differenti caratteristiche pedologiche, mancano o non sono ancora sufficientemente validate possibili soluzioni alternative, che prevedano l’adattabilità accertata del portinnesto in presenza di disponibilità idriche ridotte e non certo comparabili con le aree di coltivazione continentali.

 

In questo contesto, il mondo della ricerca e della sperimentazione dovrebbe dare precise risposte a questi aspetti, mettendo a disposizione dei cerasicoltori e dei tecnici dati certi in grado di orientarli nelle proprie scelte. Una tale abbondanza dei materiali di propagazione dovrebbe permettere una serena scelta da parte del produttore per le specifiche caratteristiche pedoclimatiche di coltivazione, che potrebbe nel contempo rispondere appieno alle indicazioni di chi opera la commercializzazione. Questo binomio, invece, non si realizza mai e si assiste ad una crescente confusione che poi è alla base della scarsa disponibilità di prodotto in grado di rifornire in maniera costante i centri di condizionamento. Manca, quindi, una strategia a lungo termine per la penetrazione del prodotto regionale e nazionale sui mercati esteri.

 

È pur vero che nel contesto regionale, caratterizzato da aziende di piccole dimensioni, polverizzate e non aggregate in strutture in grado rappresentarle, è molto difficile trovare un momento di confronto ed incontro tra il mondo della produzione e quello della commercializzazione per programmare e pianificare il futuro. Nel mondo della comunicazione globale, il frutticoltore è perennemente alla continua ricerca della varietà “panacea” che risolva tutti i problemi, anche sotto un bombardamento di notizie di mirabilie realizzate da alcune varietà nelle diverse aree produttive mondiali. Si finisce per scegliere sulla base di pressioni emotive, tralasciando che la gestione di ogni varietà merita cure adeguate e specifiche per esprimere il proprio potenziale e che c’è una stretta relazione con l’ambiente di coltivazione.