Un sistema che può realmente aiutare la mandorlicoltura italiana a uscire dalla crisi decennale nella quale si trascina con impianti obsoleti e non competitivi. Da una giornata dimostrativa svoltasi ad Andria, in Puglia.


Un’ora per la raccolta di un ettaro di mandorleto superintensivo con macchina scavallatrice, a fronte di cinque giornate lavorative di operai muniti di scuotitori a spalla e reti per raccogliere un ettaro di mandorleto intensivo. Con un costo, rivolgendosi a contoterzista, di 400-500 €/ha, che il differenziale tra il basso costo di produzione delle mandorle e il prezzo di mercato ripaga abbondantemente.

 

La raccolta meccanizzata al 100% con scavallatrice è un grosso punto di forza del sistema superintensivo di coltivazione del mandorlo proposto dall’azienda catalana Agromillora e in continua espansione in Puglia e altrove. Un sistema che può realmente aiutare la mandorlicoltura italiana a uscire dalla crisi decennale nella quale si trascina con mandorleti obsoleti e non competitivi.

 

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La scavallatrice aziendale Gregoire G167


Ma non è l’unico vantaggio di tale sistema. Infatti si accompagna con la meccanizzazione dei processi di potatura, la rapidità nell’entrata in piena produzione già dal terzo anno dalla piantumazione (con una media di 4 kg/pianta di frutto smallato), i bassi costi di gestione con rendimenti elevati e costanti nel tempo.

 

Questi punti di forza sono tutti emersi nel corso di una giornata dimostrativa di raccolta in continuo delle mandorle realizzata con una scavallatrice Gregoire G167 ad Andria, in Puglia, presso l’azienda agricola Di Pietro, in un mandorleto di 5,5 ha impiantato a luglio 2015 con sesto 4 x 1,2 m.

 

Una parete produttiva
«Il sistema superintensivo di gestione degli impianti arborei è caratterizzato dalla formazione di una parete produttiva adoperando dalle 1.700 alle 3.300 piante per ettaro – ha detto Roberto Roberti, delegato commerciale di Agromillora Iberia, al convegno che ha preceduto la raccolta dimostrativa in campo –. Fattori chiave del superintensivo targato Agromillora sono il materiale genetico specifico (portainnesto nanizzante), le piante predisposte al sistema di coltivazione con formato Smarttree, le varietà autofertili che meglio si adattano alla zona dove si deve piantumare, il sesto di impianto».

 

Il portainnesto, chiamato Rootpac 20, è un ibrido di ciliegio (P. besseyi x P. cerasifera) ideale per piantagioni ad altissima densità.

 

«Rootpac 20 si caratterizza per basso vigore, piena compatibilità con il mandorlo, buona attitudine vivaistica in vitro, alta produttività, frutti di calibro abbastanza elevato, capacità di adattamento ai suoli pesanti, tolleranza all’asfissia, moderata tolleranza alla clorosi, alla salinità e, si sospetta, all’Armillaria, e moderata resistenza ai nematodi. Le piante Smarttree si distinguono per dimensione media di 50-60 cm, facilità di trasporto, formato ottimale per la piantumazione meccanizzata, semplicità di gestione, chioma con tagli indefiniti, struttura radicale ottimamente sviluppata grazie al portainnesto con elevata percentuale di attecchimento».

 

Con il portainnesto Rootpac 20, ha sottolineato Roberti, è possibile realizzare un impianto da 2.000-2.200 piante/ha, con sesto di 3,5-4,0 x 1,0-1,2 m. «Ogni pianta è provvista di un protettore plastico (shelter) e di una struttura di sostegno, un tutore in bambù da 80 cm, e usufruisce di irrigazione localizzata a goccia. Un impianto così realizzato gode di diversi vantaggi addizionali: maggiore captazione della luce, maggiore efficienza nei trattamenti fitosanitari, assenza di zone d’ombra nella vegetazione, quindi ridotte malattie fungine».

 

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Ogni pianta è dotata di un protettore plastico (shelter) e di un tutore in bambù alto 80 cm

 

E per la scelta delle varietà più indicate, i fattori da considerare sono le caratteristiche climatiche e pedologiche, la disponibilità idrica e la tipologia di frutto che si desidera ottenere. «Le varietà a fioritura medio-tardiva sono Guara, Soleta, Filippo Ceo, ecc., quelle a fioritura tardiva ed extra-tardiva, per zone fredde o con ritorni di freddo, cioè gelate, sono Avijour Lauranne, Vial Fax, Penta, ecc.».

 

La messa a dimora
Nella realizzazione e gestione degli impianti superintensivi o ad altissima densità non c’è spazio per l’improvvisazione o l’errata interpretazione dei concetti e principi base di questi sistemi, altrimenti si rischia di incorrere in cocenti delusioni, ha però avvertito Luigi Catalano, agronomo di Agrimeca Grape and Fruit Consulting.

 

«Nella messa a dimora i punti cardine sono l’epoca di impianto, tale da permettere alla pianta il perfetto attecchimento e la lignificazione degli organi epigei prima del periodo di dormienza, l’inverno, la certezza della immediata e continua disponibilità idrica per facilitare la colonizzazione delle radici del terreno e il sufficiente sviluppo di germogli lignificati, il corretto allineamento e l’adeguata profondità di piantagione. Importante è la scelta del tutore della pianta (canna di bambù, paletto di acacia, paletto in alluminio/plastica, tondino di ferro modificato, ecc.), indispensabile per i primi due anni di vita della piantina specialmente in ambienti molto ventosi. In alcune zone può risultare necessario realizzare una struttura con pali e filo di ferro zincati per assicurare il tronco».

 

Fondamentale è la corretta gestione del suolo e delle infestanti per favorire nel più breve tempo possibile la colonizzazione di ampi spazi di terreno e ottenere un buon ancoraggio delle piante e uno sviluppo delle radici sufficiente per l’approvvigionamento idrico e nutrizionale.

 

«Nella gestione del suolo sul filare bisogna evitare interventi precoci con mezzi meccanici, poiché creano un effetto “terremoto” nella rizosfera, rompendo le radichette in accrescimento e creando soluzioni di continuità che possono predisporre a infezioni fungine. Il controllo meccanico è possibile dopo il primo-secondo anno, quando le piante sono ben ancorate, con sarchiatori interceppo di diverso tipo, perciò prima occorre intervenire con il diserbo. Ricordo che Agromillora fornisce piantine con shelter plastico proprio per eseguire il diserbo lungo il filare».

 

Per inciso, lo shelter deve essere lasciato libero, la sua rincalzatura può creare problemi di marciumi del colletto o del fusticino. «In regime di agricoltura biologica, al fine di evitare l’utilizzo di mezzi meccanici con esiti traumatici, è possibile per i primi due anni l’utilizzo della pacciamatura, che assicura un buon controllo delle infestanti, passando dal terzo anno agli attrezzi meccanici. Invece la gestione dell’interfilare può essere effettuata con la trinciatura, la lavorazione de terreno o il diserbo totale».

 

La concimazione, la difesa
Nella gestione della nutrizione post-trapianto, ha raccomandato Catalano, non deve mancare l’applicazione di fertilizzanti a base di fosforo, elemento fondamentale per la crescita delle radici.

 

Inoltre, specialmente nelle prime fasi di allevamento, il ricorso a eccessivi apporti azotati o a prodotti biostimolanti, pur assicurando un lussureggiamento della vegetazione, rischia di aumentare la suscettibilità ad agenti fungini o patogenetici.

 

«Quando l’apparato radicale è ben sviluppato, si può iniziare a somministrare azoto in diverse forme (organico, nitrato di calcio, magnesio o ammonio, urea, urea-fosfato, ecc.). Potassio, calcio e microelementi sono importanti nella fase finale della stagione poiché favoriscono la maturazione del legno aumentandone la resistenza al freddo e ben predisponendo le piante al periodo di dormienza».

 

Per assicurare la sanità delle piante e permettere di accorciare il tempo per la formazione della struttura produttiva della pianta, ha continuato Catalano, «è essenziale la difesa fitosanitaria contro acari, insetti (afidi, capnode, cicaline, cimicetta del mandorlo e tignole) e funghi (bolla, cancro dei nodi, corineo o impallinatura, maculatura rossa delle foglie, marciumi bruni). Per una protezione efficace, è fondamentale il continuo monitoraggio».

 

La potatura di allevamento
Decisiva, infine, è una corretta potatura di allevamento. Gli aspetti fondamentali da considerare per facilitare la formazione della parete produttiva sono i differenti habitus vegetativi e la diversa capacità a ramificare delle varietà utilizzabili.

 

Occorre inoltre, ha concluso Catalano, «impalcare le piante a un’altezza adeguata alle specifiche macchine per la raccolta meccanica. Anche il mandorlo, forse a torto ritenuto una specie che sfugge al progresso e all’evoluzione, potrà godere dei risultati della ricerca, della sperimentazione e dell’innovazione, se questi verranno ben interpretati, assicurando soddisfacente redditività agli investimenti».


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(*) Dati consuntivi su contabili previsionali di vendita. Fonte: Agromillora.

 

Irrigazione sostenibile, il progetto Desert
La tecnica del deficit idrico, i sistemi di supporto alle decisioni e il riutilizzo delle acque reflue possono garantire l’irrigazione sostenibile per il mandorlo. Lo ha evidenziato Alessandro Vivaldi dell’Università di Bari.

 

«La tecnica del deficit idrico apporta notevoli benefici al mandorlo durante il processo di maturazione, cioè di deiscenza del mallo: accelera proprio tale deiscenza, favorisce il distacco del frutto migliorando l’efficienza della raccolta, consente un risparmio idrico (e quindi minori costi). I sistemi di supporto alle decisioni consentono il risparmio dal 20 al 40% di acqua, e quindi anche la riduzione dei nutrienti utilizzati. Pure le acque reflue, se opportunamente monitorate, costituiscono una risorsa strategica per l’agricoltura: in Puglia, ad esempio, possono incrementare la disponibilità idrica di 100 milioni di metri cubi all’anno, pari al 20% del fabbisogno irriguo totale».

 

Il riuso di acque non convenzionali in agricoltura viene sperimentato dal progetto europeo Desert, coordinato da Salvatore Camposeo del Dipartimento di Scienze agro-ambientali e territoriali dell’Università di Bari.

 

Per Vivaldi, che è il coordinatore esecutivo di questo progetto, «il progetto sta lavorando a sperimentare tecnologie sostenibili e a basso costo di trattamento delle acque reflue urbane mediante l’uso di energie alternative, a realizzare un sistema innovativo di monitoraggio in continuo delle acque a fini irrigui e di gestione intelligente dei nutrienti e, infine, a definire protocolli per il calcolo di indici sintetici di qualità del suolo».

 

 

Di Giuseppe Francesco Sportelli

Fonte: https://terraevita.edagricole.it/